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Finalmente dopo 11 anni di gestazione è stato inaugurato il Maxxi di Roma.
Il progetto è di Zaha Hadid.

Lo trovo molto bello almeno a giudicare dalla immagini che sono state pubblicate.

Si tratta di un nuovo Centro per le arti contemporanee a Roma, quartiere Flaminio.

Se ne sentiva la necessità.

Si sentiva la necessità di una attenzione alla contemporaneità in Italia dove tutto sembra essere fermo alle consolatorie celebrazioni di un passato più o meno remoto in cui l’Italia sarebbe stata Caput mundi.

Basta pensare a come si esalti il passato rinascimentale a Firenze o il Medioevo a Siena, all’epoca romana, rinascimentale o  barocca a Roma e così via per tutta l’Italia saltando a pié pari secoli di storia più recenti che hanno inciso e modificato paesaggi e cultura di città, regioni e popolazioni.

Tanto per citare (grossolanamente, of course!) degli esempi; la mezzadria in Toscana; il fascismo (per l’urbanistica e l’architettura) a Roma; etc. etc.

Ecoo cosa dice a proposito del MAXXI  Massimiliano Fuksas nell’”Espresso” del 10-12-2009
Roma ha un cuore MAXXI

Al Flaminio, tra condomini ocra inizio secolo (quello scorso), tram e platani arancioni, la città di Roma ha 113 mila metri cubi da dedicare all’arte e all’architettura: II MAXXI, firmato dall’angloirachena Zaha Hadid, appena inaugurato. Ancora vuoto come non sarà più, in attesa dell’apertura definitiva prevista per la prossima primavera. Cemento a vista, vetro spesso e acciaio sono i materiali scelti per costruire la geometria dell’opera. Che ha come origine in una selezione e successione di flussi nuovi sovrapposti agli assi del tessuto urbano. Assi che l’architettura ripete e trasforma in realtà tridimensionale. Per assicurare continuità tra interno ed esterno, Zaha Hadid sceglie di fare dei muri i veri binari dello sguardo. Dalla hall, la grande scala, oggetto nero e luminoso allo stesso tempo, si snoda in nastri che prendono diverse direzioni. Rampe, livelli che si confondono fino ad arrivare in uno spazio
luminosissimo, un acquario panoramico che sporge sulla zona circostante. Non si può dire esista un vero cuore, una gerarchia dei luoghi. Tutto è importante allo stesso modo. E proprio per questo, è veramente contemporaneo. Il museo offre al visitatore la sensazione di essere in un luogo internazionale.
E invita la città ad accogliere un luogo contemporaneo. Invito che è stato accettato. Nei giorni dell’inaugurazione tanti sono stati i visitatori: genitori con figli, gruppi organizzati, innamorati al primo appuntamento. E stato bello a Roma nei caffè, nelle strade, sentirne tanto parlare.
Al Flaminio, tra condomini ocra inizio secolo (quello scorso), tram e platani arancioni, la città di Roma ha 113 mila metri cubi da dedicare all’arte eall’architettura: II MAXXI, firmato dall’angloirachena Zaha Hadid, appena inaugurato. Ancoravuoto come non sarà più,in attesa dell’apertura definitivaprevista per la prossima primavera. Cemento a vista, vetro spesso e acciaio sono i materiali scelti per costruire la geometria dell’opera. Che ha come origine in una selezione e successione di flussi nuovi sovrapposti agliassi del tessuto urbano. Assi che l’architettura ripete e trasforma in realtà tridimensionale. Perassicurare continuità tra interno ed esterno, Zaha Hadid sceglie di fare dei muri i veri binaridello sguardo. Dalla hall, la grandescala, oggetto nero e luminoso allo stesso tempo, si snoda in nastri che prendono diverse direzioni.Rampe, livelli che si confondono fino ad arrivare in uno spazioluminosissimo, un acquario panoramico che sporge sulla zona circostante. Non si puòdire esista un vero cuore, una gerarchia dei luoghi. Tutto è importante allo stesso modo. E proprio per questo, è veramente contemporaneo. Il museo offre al visitatore la sensazione di esserein un luogo internazionale.E invita la città ad accogliere un luogo contemporaneo. Invito che è stato accettato. Nei giorni dell’inaugurazione tanti sonostati i visitatori: genitori con figli, gruppi organizzati, innamoratial primo appuntamento. E stato bello a Roma nei caffè, nelle strade, sentirne tanto parlare.

Ma il dubbio, dopo questo post di lodi alla contemporaneità in generale e al MAXXI in particolare, mi viene instillato da Angela Vettese su “Il sole 24 ore

Le pareti curve e inclinate del Maxxi di Roma

renderanno difficile esporre quadri e installazioni

che riassume quello che, purtroppo, spesso succede quando grandi archistar progettano le loro opere:

si realizzano cose spesso bellissime ma che non tengono affatto conto della destinazione d’uso e quindi risultano poco o affatto funzionali che dovrebbe essere invece il fine ultimo dell’architettura.

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Firma anche tu la petizione on line per protestare contro la proposta di abolizione della figura del DemoEtnoAntropologo dai profili professionali del Mibac!

E’ in corso una trattativa tra Ministero dei Beni Culturali ed i sindacati del settore per la riorganizzazione delle figure professionali all’interno del Ministero. Questa trattativa, scaturita da una richiesta dal Ministero per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione, pur nell’intento di semplificare la struttura organizzativa del ministero, di fatto rischia di produrre la cancellazione del nostro profilo professionale DEA nell’ambito dei beni culturali, già riconosciuto dal Codice dei beni culturali. La nostra categoria verrebbe assimilata impropriamente a quella degli storici dell’Arte, dopo anni di battaglie per il riconoscimento della nostra specificità disciplinare.

Orano Pamuk

Orhan Pamuk

È il Museo dell’innocenza che Pamuk sta davvero creando a Istanbul, dove ha fatto riprodurre tutti gli oggetti presenti nel libro: dal portacenere alle bottigliette di gazosa Meltem, dai mozziconi di sigaretta con l’impronta del rossetto, all’orecchino perduto da Fusun, amata dal protagonista: “Ho voluto fare un romanzo dove l’amore vola rasoterra, nessun sentimento sublime o messo su un piedistallo come quello di Romeo e Giulietta. Dell’amore come della vita non ci rimangono che piccole cose, i minimi oggetti della vita quotidiana che conservano ancora traccia di noi, di quello che ci è accaduto, un biglietto del treno, una fotografia, un abito con il nostro sudore”.
E i lettori come reagiscono? “Credono vero tutto ciò che è scritto nel libro. Vengono dove si sta costruendo il Museo dell’Innocenza e chiedono di vedere gli oggetti dei protagonisti. Entro l’anno prossimo sarà possibile”.

SI tratta di parte dell’intervista di Silvia Tomasi a Oran Pamuk a proposito del suo ultimo romanzo Il museo dell’innocenza (Einaudi):

Silva Tomasi, http://blog.panorama.it/libri/2009/10/09/orhan-pamuk-inventa-il-romanzo-museo/, Panorama, Venerdì 9 Ottobre 2009

Oggi vorrei segnalare ai miei due tre lettori una riflessione che Nina Simon ha presentato a museums and the web 2009 (Indianapolis 15-18 aprile 2009).

Trovo quanto proposto dalla Simon particolarmente stimolante e condivido tutto (o quasi) ciò che lei propone. Credo che sia condivisibile soprattutto l’idea di base che sintetizzerei così:

il web è innovativo e propone un rapporto nuovo con il pubblico fatto di scambio di idee, di commenti, di suggerimenti, di proposte di modifiche, in una parola di interazione. Proviamo a considerare tutto ciò non soltanto come un patrimonio esclusivo del web ma cerchiamo di far assomigliare di più il museo al web 2.0.

Non vi tedierò oltre. Al solito l’originale è molto meglio della copia.

Riporto qui soltanto l’abstract del testo di Nina Simon per chi avesse voglia di approfondire (ne vale la pena!) ecco la citazione completa:

Simon, N., Going Analog: Translating Virtual Learnings into Real Institutional Change. In J. Trant and D. Bearman (eds). Museums and the Web 2009: Proceedings. Toronto: Archives & Museum Informatics. Published March 31, 2009. Consulted September 29, 2009. http://www.archimuse.com/mw2009/papers/simon/simon.html

Abstract

Museum technology professionals have spent the last several years advocating for, experimenting with, and expanding the Web presence of museums. We’ve created museum spaces on-line that offer free access to visitors all over the world and increasingly invite visitors to talk with each other, take content away with them, access and remix parts of the collection that aren’t on public display – in short, to do things that aren’t possible in the real museum.

But now we should be going in the other direction and applying the methods and lessons of the Web and Web 2.0 to the museum itself. How can museums be more like the Web? How can they be open 24/7? How can visitors customize their experiences? How can museums become places to talk with other visitors and sneak into the most interesting drawers and move things around?

This paper advocates for museum Web technology professionals to take a broader view of their roles within their institutions and focus energy on translating their knowledge to the onsite experience. It presents models and case studies for how to do this kind of translation from virtual-to-real space, both strategically (so that curators, directors, and boards can sign on to the vision) and practically.

Soglie

La gratuità dei musei può sembrare un affare marginale nel dibattito museale. Come tale io (confesso) l’avevo sempre pensata. In fondo tanti piccoli musei sono gratuiti in Italia.

Il tentativo forse più significativo (in Italia) è stato quello dei musei civici di Bologna voluto dal Sindaco Cofferati nel 2006 e tutt’ora  in vigore.

Il dibattito su questo aspetto è stato molto di moda dopo questa “rivoluzionaria” sortita dell’allora Sindaco di Bologna e tutti i professionisti dei musei italiani ne hanno discusso. Devo dire la cosa mi lasciava alquanto perplesso.

In fondo se vado a visitare un museo, quali che siano le ragioni che mi spingono a farlo, il pagamento di un biglietto non è una questione dirimente per la scelta di entrare o non entrare.

Questo almeno per le persone che hanno un lavoro e quindi una disponibilità economica “normale”.

La cosa cambia se chi vuole visitare un museo è una persona che ha scarse disponibilità economiche come i ragazzi che ancora non lavorano. Oppure anziani con una pensione minima. E’ vero che certi musei, quali quelli statali, hanno per legge delle gratuità per queste e altre categorie. Ma è anche vero che, nel migliore dei casi, in altri musei è prevista solo la tariffa ridotta.

Vi è poi il caso della famiglia numerosa che magari deve scegliere se mangiare la pizza o andare a visitare gli Uffizi…

Ma quello di cui volevo parlare in questo post è altro. Si tratta della barriera fisica e soprattutto psicologica che crea l’ingresso del museo con la biglietteria che fa da spartiacque tra il dentro e il fuori.

Una barriera.

Una sorta di trincea in cui sono collocati, talvolta dietro un vetro tipo poste di qualche anno fa, i cecchini della cultura pronti a difendere il fortino dagli assalti del popolo affamato di cultura.

La biglietteria dei Musei Vaticani

La biglietteria dei Musei Vaticani

La soglia costituisce sempre un confine, uno spartiacque, un qualcosa che va superato, attraversato per essere dentro.

Non sempre è così facile e immediato compiere questo passo.

Il museo intimidisce.

Il museo è noioso.

Il museo… 3 italiani su 7 non hanno mai varcato quella soglia. Dobbiamo chiederci il perché e, magari, cercare di convincerli che il museo è anche passione, bellezza, divertimento, sensualità.

Esagero?  Forse sì, se pensiamo a certi musei… decisamente no, se pensiamo ad altri.

Ritornando al tema della gratuità.

Recentemente ho visitato il British Museum di Londra che da sempre è gratuito per tutti.

Ecco il British è riuscito, se non ad eliminare, a ridurre moltissimo quella barriera tra il dentro e il fuori.

Questo non solo grazie alla mancanza di una barriera fisica che impedisce al visitatore di entrare ma anche a spazi pensati per includere, per essere vissuti al di là del percorso museale vero e proprio.

Gli spazi comuni, i servizi, gli shops, i ristoranti, le caffetterie, la “piazza” centrale, tutto invita a fermarsi, a sedersi.

E’ uno dei rari casi in cui non ho percepito lo spazio museale come un percorso che inizia con la biglietteria e si conclude dopo un più o meno lungo passaggio di fronte alle opere, ai manufatti, alle testimonianze, esposte.

La prima cosa che ho fatto entrando nel museo è stata quella di prendermi un caffé e scambiare due parole con il mio amico Franco.

Ci siamo rilassati.

Abbiamo guardato le persone intorno a noi, abbiamo parlato della nostre cose e poi abbiamo deciso di vedere qualcosa dell’immensa collezione del museo.

Nel far questo siamo passati più volte dalla hall e abbiamo passato molto tempo a vivere il museo come fosse una splendida piazza cittadina nella quale trovarsi, parlare, conoscere gente, osservare e essere osservati.

Nessuna urgenza di vedere tutto.

Di finire il percorso. Soltanto il piacere di godere il British.

British Museum - Great Hall

British Museum - Great Hall

Quello del British è solo un esempio naturalmente per dire che credo che sia necessario un ripensamento dei musei a partire dall’ingresso…

A Volterra c’è una decorosa piazza dei priori. In
parte falsa in parte dell’epoca: la parte dell’epoca è la birra che ti servono localmente.
C’è una pinacoteca, con custode che sembra un senatore che s’è ritirato in campagna
per completare il commento a Filone Giuda per cui non ho osato dargli la mancia, finché
ho capito che nel borgo etrusco anche i bidelli hanno scarpe, cravatte, mutande
con effetti prospettici. A Volterra c’è il museo etrusco con cose estremamente interessanti:
tra cui gli sposi che vi ho inviato, e che è una cosetta piccola, ma, credo, semplicemente
il capolavoro della “”"scultura etrusca.

“A Volterra c’è una decorosa piazza dei priori. In parte falsa in parte dell’epoca: la parte dell’epoca è la birra che ti servono localmente. C’è una pinacoteca, con custode che sembra un senatore che s’è ritirato in campagna per completare il commento a Filone Giuda per cui non ho osato dargli la mancia, finché ho capito che nel borgo etrusco anche i bidelli hanno scarpe, cravatte, mutande con effetti prospettici. A Volterra c’è il museo etrusco con cose estremamente interessanti: tra cui gli sposi che vi ho inviato, e che è una cosetta piccola, ma, credo, semplicemente il capolavoro della scultura etrusca.”

(Giorgio Manganelli, Lettera sulla Toscana, roma 1961, pubblicata sull’unità nel 1994)

Augusta voleva veder tutto come se
si fosse trovata in un viaggio d’istruzione. Non bastava
mica essere stati a palazzo Pitti, ma bisognava passare
per tutte quelle innumerevoli sale, fermandosi almeno
per qualche istante dinanzi ad ogni opera d’arte.
Io rifiutai d’abbandonare la prima sala e non vidi altro,
addossandomi la sola fatica di trovare dei pretesti
alla mia infingardaggine. Passai una mezza giornata dinanzi
ai ritratti dei fondatori di casa Medici e scopersi
che somigliavano a Carnegie e Vanderbilt. Meraviglioso!
Eppure erano della mia razza! Augusta non divideva
la mia meraviglia. Sapeva che cosa fossero i Yankees, ma
non ancora bene chi fossi io.
Qui la sua salute non la vinse ed essa dovette rinunziare
ai musei. Le raccontai che una volta al Louvre,
m’imbizzarrii talmente in mezzo a tante opere d’arte,
che fui in procinto di mandare in pezzi la Venere. Rassegnata,
Augusta disse:
– Meno male che i musei si incontrano in viaggio di
nozze eppoi mai piú!
Infatti nella vita manca la monotonia dei musei. Passano
i giorni capaci di cornice, ma sono ricchi di suoni
che frastornano eppoi oltre che di linee e di colori anche
di vera luce, di quella che scotta e perciò non annoia.
La salute spinge all’attività e ad addossarsi un mondo
di seccature. Chiusi i musei, cominciarono gli acquisti.

“Augusta voleva veder tutto come se si fosse trovata in un viaggio d’istruzione. Non bastava mica essere stati a palazzo Pitti, ma bisognava passare per tutte quelle innumerevoli sale, fermandosi almeno per qualche istante dinanzi ad ogni opera d’arte.

Io rifiutai d’abbandonare la prima sala e non vidi altro, addossandomi la sola fatica di trovare dei pretesti alla mia infingardaggine. Passai una mezza giornata dinanzi ai ritratti dei fondatori di casa Medici e scopersi che somigliavano a Carnegie e Vanderbilt. Meraviglioso! Eppure erano della mia razza! Augusta non divideva la mia meraviglia. Sapeva che cosa fossero i Yankees, ma non ancora bene chi fossi io.

Qui la sua salute non la vinse ed essa dovette rinunziare ai musei. Le raccontai che una volta al Louvre, m’imbizzarrii talmente in mezzo a tante opere d’arte, che fui in procinto di mandare in pezzi la Venere. Rassegnata, Augusta disse:

– Meno male che i musei si incontrano in viaggio di nozze eppoi mai piú!

Infatti nella vita manca la monotonia dei musei. Passano i giorni capaci di cornice, ma sono ricchi di suoni che frastornano eppoi oltre che di linee e di colori anche di vera luce, di quella che scotta e perciò non annoia.

La salute spinge all’attività e ad addossarsi un mondo di seccature. Chiusi i musei, cominciarono gli acquisti.”

(Italo Svevo, La coscienza di Zeno)

Ok, adoro Marìas. Lo ammetto. E quando ho ritrovato questa lunga citazione non ho resistito.

Spero piaccia anche ai miei due lettori:

“L’eccesso o la fortuna di mio padre consiste in quadri e in qualche scultura, soprattutto in quadri e numerosi disegni. Ora non più, ma per molti anni (gli anni di Franco, e anche dopo), è stato uno dei consulenti artistici del Museo del Prado, mai direttore o vicedirettore, mai con un incarico di rilievo, apparentemente era un funzionario che passava tutte le mattine in un ufficio, senza che suo figlio avesse un’idea chiara di come occupasse quel tempo, almeno da bambino. Poi lo seppi, mio padre passava i giorni effettivamente rinchiuso in un ufficio, accanto alle opere maestre e non tanto maestre della pittura che lo appassionavano. Mattine intere accanto a quadri straordinari, rinchiuso, senza potersi affacciare a guardarli, o a vedere come li guardavano i visitatori. Esaminava, catalogava, descriveva, ricatalogava, investigava, giudicava, inventariava, telefonava, vendeva e comprava. Ma non stava sempre li, anche lui ha viaggiato molto a carico di istituzioni e individui che a poco a poco si sono accorti delle sue potenzialità e lo contattavano per consulenze e perizie, brutta parola ma è quella che usano coloro che le fanno. Col tempo diventò consulente di numerosi musei nordamericani, come il Getty di Malibu, il Walters di Baltimora e il Gardner di Boston, e pure consigliere di alcune fondazioni e di delittuose banche sudamericane e di collezionisti privati, gente troppo ricca per venire a Madrid o a casa, era lui che si spostava a Londra o a Zurigo, a Chicago o a Montevideo o all’Aja, dava la sua opinione, favoriva o sconsigliava la vendita o l’acquisto, prendeva percentuali o regali, e tornava a casa. Con il passare degli anni si arricchì, non solo con le percentuali o lo stipendio da consulente del Prado (che non era granché), ma per la sua lenta e progressiva corruzione: davanti a me non ha mai avuto problemi a riconoscere i suoi traffici semifraudolenti, non solo, se ne vantava, in quanto ogni piccolo inganno nei confronti dei prudenti e dei potenti è in parte degno di lode se oltretutto rende impuni e non viene scoperto, vale a dire, se si ignora non solo l’artefice, ma lo stesso inganno. La corruzione non è cosa grave in questo campo, consiste semplicemente nel fare gli interessi del venditore, senza che si noti né si sappia, al posto di quelli del compratore, che normalmente è colui che contatta l’esperto (e che un giorno potrà essere venditore). Il Getty Museum o la Walters Art Gallery, che pagavano mio padre, venivano informati dell’autorevolezza, dello stato e della conservazione di un quadro che intendevano acquistare. Mio padre all’inizio li informava esaurientemente, ma occultava qualche particolare che, se fosse stato considerato, ne avrebbe notevolmente diminuito il valore e il prezzo, come per esempio che alla tela in questione mancavano alcuni centimetri che qualcuno aveva tagliato per adattarla alle esigenze di un compratore, o che un paio di figure dello sfondo erano state ritoccate sull’originale, per non dire rifatte. Arrivare a un accordo con il venditore per tacere su questi particolari può supporre una percentuale doppia su un prezzo più alto, un bel po’ di soldi per chi tace e ancora di più per chi vende, e sé con il tempo viene scoperta la svista del consulente, costui può sempre dire che si è trattato proprio di questo, di una svista, nessun consulente è infallibile, anzi, al contrario, è inevitabile che a volte si sbagli, basta che in linea di massima ci azzecchi per conservare il prestigio, e così gli errori si possono ammettere. Mio padre, indubbiamente, ha buon occhio e ottima mano (per conoscere la pittura bisogna toccarla, è indispensabile, a volte anche leccarla leggermente senza causarle danni), e in Paesi come la Spagna queste tecniche sono state fondamentali per moltissimi anni, quando non si conoscevano o non si potevano sostenere i costi delle analisi chimiche (neppure loro infallibili, sia chiaro) e la credibilità degli esperti dipendeva solo dall’enfasi e dalla convinzione con cui emettevano i verdetti. Le collezioni private spagnole (anche quelle pubbliche, ma meno) sono piene di falsi, e per i proprietari è una vera tragedia al momento di venderli e finiscono per affidarli a una casa d’aste. Ci sono state signore che sono svenute al rendersi conto che il loro piccolo divino el Greco era un piccolo divino el Greco falso. Anziani cavalieri che hanno minacciato di tagliarsi le vene nel ricevere l’ineluttabile notizia che la loro amata tavola fiamminga era una tavola fiamminga amata e falsa. Dagli uffici delle case d’aste sono rotolate perle autentiche e sono stati spezzati bastoni di legno prezioso, gli oggetti taglienti son rinchiusi in bacheche da quando fu ferito un impiegato e nessuno si stupisce davanti alle camicie di forza e alle ambulanze. Gli infermieri dei manicomi sono bene accetti.

Per decenni le perizie in Spagna sono state fatte da chiunque avesse sfacciataggine, vanità o audacia: un antiquario, un libraio, un critico d’arte, una guida del Prado di quelle ufficiali, un bidello, un venditore di cartoline o una cameriera, tutti valutavano e giudicavano e tutti i giudizi erano dello stesso valore, più o meno. Qualcuno davvero competente era impagabile, come lo è ancora oggi in ogni parte del mondo, ma di più qui e allora. E mio padre era competente, e ne sa ancora più della media. Nonostante questo, io ho sempre avuto il sospetto che tra le sue leggere corruzioni ce ne fosse qualcuna più grave, di cui non si è mai vantato. L’esperto, a parte quelli menzionati, conosce due o tre altri modi per arricchirsi. Il primo è legale, e consiste nel comprare per se stessi da chi non è competente o ha bisogno di vendere (per esempio durante e dopo una guerra, in quelle circostanze si scambiano capolavori per un passaporto o per un po’ di lardo). Per anni e anni Ranz ha comprato anche per casa sua, non solo per chi lo contattava: antiquari, librai, critici d’arte, guide del Prado di quelle ufficiali, bidelli, venditori di cartoline e cameriere, un sacco di gente ha comprato meraviglie per quattro soldi: quello che guadagnava a Malibu, a Boston o a Baltimora lo investiva in opere d’arte per se stesso, o meglio, se investiva lo faceva per i suoi discendenti, poiché non ha mai voluto vendere nulla di sua proprietà e sarò io a vendere. Mio padre possiede gioielli che non gli sono costati niente e della cui provenienza si sa ben poco. Alla Kunsthalle di Brema, in Germania, scomparvero nel 1945 un dipinto e sedici disegni di Dürer, si dice che furono distrutti nei bombardamenti o che più probabilmente li portarono via i russi. Tra questi disegni uno era intitolato Testa di donna con gli occhi chiusi, un altro Ritratto di Caterina Cornaro e un terzo era conosciuto come Tre tigli. Io non affermo né voglio negare nulla, ma nella collezione di disegni di Ranz ce ne sono tre che giurerei appartenere a Dürer (ma io non sono nessuno per dirlo, e lui, quando glielo chiedo, ride e non mi risponde), e uno rappresenta una testa di donna con gli occhi chiusi, un altro il cuore mi dice che è il ritratto di Caterina Cornaro, e un terzo rappresenta tre tigli, anche se di alberi non mi intendo molto. Questo è solo un esempio. Tenuto conto delle stime variabili del mercato dell’arte, non so quanto possa valere la collezione nel suo insieme (mio padre ride quando glielo chiedo, e mi risponde: «Lo saprai il giorno in cui non avrai altra possibilità che verificarlo. Varia ogni giorno, come il prezzo dell’oro»), ma è possibile che io non debba privarmi che di una o due opere, alla sua morte, o che non sia affar mio, per smettere di tradurre e di viaggiare se non mi va più di farlo.

Dei migliori quadri che ha tenuto in casa bene in vista (non tanti), Ranz ha invariabilmente detto ad amici e conoscenti che si trattava di copie (con qualche ragionevole eccezione: Boudin, Martin Rico e altri di quel genere), eccellenti copie di Custardoy padre e qualcuna più recente di Custardoy figlio. Il secondo modo di arricchire per un esperto è di offrire la propria esperienza non al servizio dell’interpretazione, ma dell’azione, ossia: consigliare e seguire un falsario affinché le sue opere siano il più possibile perfette. Si suppone che l’esperto che dà consigli a un falsario si asterrà dal mettere al corrente chiunque su quei falsi, realizzati sotto la sua supervisione e i suoi criteri. Ma invece è probabile che il falsario gli dia una percentuale sulla vendita di uno di quei quadri proposti a un privato o a un museo o a una banca dietro il certificato di autenticità di un altro esperto, com’è pure probabile che il primo esperto informi l’altro sulla falsificazione affidatagli. Uno dei migliori amici di Ranz fu Custardoy padre e ora lo è Custardoy figlio, entrambi straordinari copisti di qualsiasi quadro di qualsiasi epoca, benché le loro migliori imitazioni, quelle in cui l’originale e la copia potrebbero venire scambiati, fossero dei pittori francesi del secolo XVI, per lungo tempo poco apprezzati (e pertanto nessuno si prendeva la briga di falsificarli) e oggi invece sopravvalutati, in parte per la rivalutazione decisa dagli stessi esperti in questi ultimi anni. A casa di Ranz ci sono due copie straordinarie di un piccolo Watteau e un minuscolo Chardin, la prima di Custardoy padre e la seconda di Custardoy figlio, eseguita solo tre anni fa, a detta di lui. Custardoy padre ebbe alcuni problemi e un bel po’ di grane poco prima di morire, più di dieci anni fa: fu arrestato e rilasciato subito dopo, senza processo: mio padre aveva di certo telefonato, dal suo ufficio del Prado, a persone che dopo la morte di Franco non avevano interamente perduto la loro influenza.

Ma per quanto Ranz abbia guadagnato o messo da parte grazie a Malibu, Boston e Baltimora, Zurigo, Montevideo e L’Aja, grazie ai suoi favori particolari e ai suoi servizi strettamente privati ai venditori, e grazie addirittura ai suoi possibili consigli a Custardoy il vecchio e forse ora occasionalmente al Giovane, la sua fortuna e il suo tesoro consistono, come ho già detto, nella sua collezione privata di disegni e quadri e alcune sculture, benché ancora non sappia, né per il momento possa sapere a quanto ammontino tale fortuna e tale tesoro (spero che alla sua morte lasci informazioni precise, da esperto). Lui non si è mai voluto disfare di nulla, di nessuna delle presunte copie né degli autentici certificati, in questo bisogna riconoscere, al di là delle leggere corruzioni, la sincerità della vocazione e la passione genuina per la pittura. Se ci penso, regalarci i minuscoli Boudin e Martin Rico per il nostro matrimonio deve essergli costato sangue, benché li possa sempre vedere da noi. Ricordo il suo panico, quando lavorava al Prado, verso qualsiasi incidente o perdita, un deterioramento, un minimo guasto, così come nei confronti dei guardiani e dei sorveglianti del museo, i quali, diceva, avrebbero dovuto essere pagati profumatamente e trattati nel modo migliore, in quanto da loro dipendeva non soltanto la sicurezza e la cura, ma l’esistenza stessa delle opere d’arte. Las Meninas, diceva, esiste grazie alla benevolenza e al perdono quotidiano dei guardiani, che potrebbero distruggerlo in qualsiasi momento, se lo volessero, per questo bisogna farli sentire orgogliosi e allegri e in condizioni psichiche soddisfacenti. Lui, con mille pretesti (non era compito suo, non lo era di nessuno), cercava di informarsi sulla vita dei sorveglianti, se erano tranquilli o nervosi, oberati dai debiti o senza problemi economici, se le loro mogli o i loro mariti (il personale è misto) li trattavano bene o in modo brutale, se i loro figli erano motivo di gioia o piccoli psicopatici che li facevano diventare matti, sempre a interessarsi di loro e sorvegliarli per salvaguardare le opere d’arte, proteggerle dalle loro ire o accessi di risentimento. Mio padre era perfettamente consapevole che un uomo o una donna che passa i suoi giorni rinchiuso in una sala a guardare sempre le stesse pitture, ore e ore ogni mattina e a volte il pomeriggio, seduto su un seggiolino senza far altro che sorvegliare i visitatori e guardare le tele (è proibito anche fare cruciverba), potrebbe impazzire, propiziare catastrofi o sviluppare un odio mortale verso quei quadri. Per questo si occupava personalmente, durante il periodo trascorso al Prado, di cambiare ogni mese la collocazione dei guardiani, perché almeno potessero vedere le stesse tele solo per trenta giorni e far affievolire il loro odio, oppure per far loro cambiare l’oggetto del proprio odio prima che fosse troppo tardi. Di un’altra cosa era assolutamente cosciente: anche se il guardiano fosse stato punito o arrestato, se una mattina avesse deciso di distruggere Las Meninas, Las Meninas sarebbe stato distrutto esattamente come i Dürer di Brema – se li hanno distrutti i bombardamenti – in assenza di un sorvegliante che ne impedisse la distruzione essendo proprio il sorvegliante a distruggere, con tutto il tempo a disposizione per portare a termine il suo disastro e nessuno a poterlo fermare salvo se stesso. Sarebbe irreversibile, non ci sarebbe modo di recuperarlo.

Una volta usci dal suo ufficio quasi all’ora di chiusura, quando buona parte dei visitatori era già uscita, e vide un vecchio guardiano di nome Mateu (stava li da venticinque anni) che giocava con un accendino di quelli non ricaricabili e la cornice di un Rembrandt, concretamente il bordo inferiore sinistro dell’Artemisia, del 1634, l’unico Rembrandt certo del Museo del Prado, in cui la suddetta Artemisia, con i lineamenti molto simili a quelli di Saskia, moglie e modella del pittore, guarda di sbieco una coppa misteriosa che le viene offerta da una giovane serva inginocchiata e quasi di spalle. La scena è stata interpretata in due modi, come Artemisia, regina di Alicarnasso, nell’atto di bere la coppa con le ceneri di Mausolo, il marito morto per il quale aveva fatto erigere un sepolcro considerato una delle sette meraviglie del mondo antico (da lì mausoleo), o come Sofonisba, figlia del cartaginese Asdrubale, che per non cadere viva nelle mani di Scipione e i suoi uomini, che la reclamavano formalmente, chiese al nuovo sposo Massinissa una coppa di veleno come regalo di nozze, coppa che secondo la leggenda le venne offerta a causa della fedeltà in pericolo, anche se Sofonisba non era stata solo sua ma era stata in precedenza la sposa di un altro, Siface, capo dei masessilliani, a cui, di fatto, l’aveva appena portata via il secondo e saccheggiatore marito (il suddetto Massinissa) durante la confusa presa di Cirta, oggi Costantina, in Algeria. Dunque è difficile sapere davanti al quadro se in onore di Mausolo Artemisia stia per bere ceneri maritali o marital veleno Sofonisba per colpa di Massinissa; anche se, dall’espressione ambigua di entrambe, sembra piuttosto che l’una o l’altra abbiano ingerito, non senza esitazione, qualche intruglio adulterino. Sia come sia, sullo sfondo c’è una testa di vecchia molto phi concentrata sulla coppa che sulla serva o sulla stessa Artemisia (se fosse stata Sofonisba, probabilmente il veleno lo avrebbe messo la vecchia), non si vede molto bene, lo sfondo è una penombra troppo misteriosa o è troppo sporco, e la figura di Sofonisba è talmente luminosa e rilevante da rendere la vecchia ancor phi sfumata.

Rembrandt,  Artemisia

Rembrandt, Artemisia

Al Prado in quell’epoca non c’erano allarmi antincendio automatici, ma solo estintori. Mio padre con un certo sforzo ne sganciò uno che era a portata di mano, e anche se ignorava come usarlo, lo nascose malamente dietro la schiena (peso tremendo e colore sgargiante) e si avvicinò lentamente a Mateu, che aveva già bruciacchiato un angolo della cornice e stava passando la fiamma molto vicino alla tela, su e giù e da parte a parte, come se lo volesse illuminare tutto, la serva e la vecchia e Artemisia e la coppa, anche un tavolo rotondo su cui ci sono dei plichi scritti (forse la richiesta formale di Scipione) e su cui Sofonisba appoggia la mano sinistra piuttosto grassottella.

- Che sta facendo, Mateu? – gli disse calmo mio padre. – Vuol vedere meglio il quadro ?

Mateu non si voltò, conosceva la voce di Ranz alla perfezione e sapeva che ogni giorno, prima di uscire, faceva un giro a caso per qualche sala per controllare che tutto fosse a posto.

- No, – rispose in tono naturale e spassionato. – Sto pensando di bruciarlo.

Mio padre, raccontava, avrebbe potuto dargli un colpo sul braccio per far cadere a terra l’accendino e renderlo inoffensivo, e poi allontanarlo con un abile calcio. Ma aveva le mani dietro la schiena occupate dall’estintore e poi la sola possibilità di fallire e aumentare la rabbia del guardiano Mateu lo fece desistere dal rischiare. Pensò che forse sarebbe stato meglio intrattenerlo senza che accendesse la fiamma (ardente sostanze bituminose) finché all’accendino non ricaricabile terminasse la carica, ma poteva durare troppo tempo se per disgrazia l’accendino fosse stato nuovo. Pensò anche di gridare aiuto, qualcuno sarebbe accorso, il danno di Mateu limitato e il fuoco non si sarebbe propagato ad altri quadri, ma in questo caso addio all’unico Rembrandt del Prado di sicura mano di Rembrandt, addio a Sofonisba e addio ad Artemisia, e pure a Mausolo e a Massinissa e a Saskia e a Siface. Tornò a chiedergli:

-          Ehi, Mateu, le piace così poco ?

-          Sono stufo di quella cicciona, – rispose Mateu. Mateu non sopportava Sofonisba. – Non mi piace quella cicciona con le perle, – insistette (ed è vero che Artemisia è grassa e nel Rembrandt porta delle perle al collo e sulla fronte). – Sembra più carina la servetta che le serve la coppa, ma non riesco a vederle bene la faccia.

Mio padre non riuscì a evitare una risposta burlona, e cioè sorpresa e logica:

- Già, – disse, – è stato dipinto così, certo, la cicciona di fronte e la serva di spalle.

Mateu il piromane ogni tanto spegneva l’accendino per qualche secondo, ma non lo allontanava dalla tela, e alla fine di quei secondi lo riaccendeva e riscaldava il Rembrandt.

-          È questo il brutto, – disse senza guardare Ranz, – che è stato dipinto così per sempre, e noi restiamo qui senza sapere cosa succede, vede, signor Ranz, non c’è modo di vedere la faccia della ragazza né della vecchia sullo sfondo, l’unica cosa che si vede è la cicciona con le due collane che non smette mai di prendere la coppa. Che la beva una buona volta, e almeno posso vedere la ragazza, se si gira.

Mateu, un uomo abituato alla pittura, un uomo di sessant’anni con venticinque passati al Prado, improvvisamente voleva che continuasse la scena di un Rembrandt che non capiva (nessuno lo capisce, tra Artemisia e Sofonisba c’è un mondo di distanza, la distanza tra bere un morto e bere la morte, tra aumentare la vita e morire, tra dilatarla e uccidersi). Era assurdo, ma Ranz non volle rinunciare a farlo ragionare:

- Ma cerchi di capire che questo non è possibile, Mateu, – gli disse, – sono tutte e tre dipinte, non vede ? Dipinte. Lei ha visto molti film, ma questo non è un film. Deve capire che non c’è modo di vederle diversamente, questo è un quadro. Un quadro.

-          Per questo lo distruggo, – disse Mateu, di nuovo con l’accendino che accarezzava la tela.

-          E poi, – aggiunse mio padre cercando di distrarlo e con una punta di pignoleria (mio padre è pedante), – quella sulla fronte non è una collana, ma un diadema, anche se di perle.

Ma Mateu non ci fece caso. Si soffiò via meccanicamente dei pelucchi dall’uniforme.

L’estintore sorretto a fatica stava spezzando i polsi di Ranz, che rinunciò a tenerlo nascosto e lo prese tra le braccia come un bambino, il suo colore carminio ben visibile. Il sorvegliante Mateu se ne accorse.

-          Senta un po’, ma che ci fa con quello? – rimproverò mio padre. – Non sa che è proibito smontarli?

Mateu si era finalmente voltato sentendo il baccano provocato dall’incauto maneggio dell’estintore, che nel tragitto dalla schiena alle braccia era caduto in terra facendo saltare delle schegge dal pavimento, ma mio padre non osò avvalersi di quel momento di distrazione. Tuttavia dovette pensarci.

- Non si preoccupi, Mateu, – gli disse, – lo porto via perché bisogna aggiustarlo, non funziona -. E ne approfittò per lasciarlo in terra con gran sollievo. Prese il fazzoletto di seta color ciliegia che portava come ornamento nella tasca della giacca e si asciugò la fronte, un fazzoletto dal tatto e dal colore gradevoli, era da ornamento più che da usare, s’intonava con l’estintore.

-          Le dico che lo distruggo, – ripeté Mateu, e minacciò Saskia con l’accendino.

-          Quel quadro è d’enorme valore, Mateu. Vale miliardi, – gli disse Ranz cercando di vedere se il riferimento ai soldi poteva fargli recuperare la ragione.

Ma il guardiano continuava a giocare con l’accendino, accendendolo e spegnendolo e accendendolo, e decise di bruciacchiare ancora la cornice, una cornice molto bella, antica.

- Come se non bastasse, – rispose sprezzante. – Come se non bastasse quella merda di cicciona vale miliardi, che cazzo.

La bella cornice annerita. Mio padre pensò allora di ricordargli il carcere, ma lo scartò subito. Pensò un istante, e poi un altro, e alla fine cambiò tattica. Prese di colpo l’estintore da terra e gli disse:

-          Lei ha ragione, Mateu, ha ragione. Ma non lo bruci perché potrebbe incendiare altri quadri. Lasci fare a me. Lo distruggo io con l’estintore, che è bello pesante. Sulla cicciona cadrà un bel peso e almeno se ne andrà affanculo.

E Ranz alzò l’estintore e lo sostenne in alto con le due mani come un sollevatore di pesi, disposto a tirarlo con violenza contro Sofonisba e contro Artemisia.

Fu allora che Mateu si fece serio.

-          Senta un po’, – gli disse Mateu, – ma che vuol fare, così rovinerà il quadro.

-          Lo faccio a pezzi, – disse Ranz.

Ci fu un momento di esitazione, mio padre con le braccia in alto che reggevano quell’estintore così rosso, Mateu con in mano l’accendino ancora acceso, la fiamma sospesa che vacillava. Guardò mio padre, guardò il quadro. Ranz non riusciva più a sopportare quel peso. Allora Mateu spense l’accendino, lo mise in tasca, allargò le braccia come un lottatore e disse minaccioso:

-          Fermo li, fermo eh? Non mi costringa.

Mateu non fu licenziato perché mio padre non parlò di quell’episodio, e neppure il guardiano denunciò Ranz per aver cercato di polverizzare il Rembrandt con un estintore rotto. Nessuno notò le bruciature della cornice (forse qualche visitatore indiscreto a cui fu raccomandato di non fare domande e il sostituto corrotto), e in poco tempo fu cambiata con un’altra molto simile, ma non antica. Secondo Ranz, se Mateu era stato un sorvegliante solerte per venticinque anni, non c’era motivo perché non potesse più esserlo, dopo un passeggero attacco di furore. Non solo; attribuiva la sua azione e l’attentato alla mancanza di azione e attentati, e considerava come prova della sua fedeltà il fatto che al vedere il quadro che lui detestava minacciato da un altro individuo che in più era un superiore, aveva prevalso il senso di responsabilità sul suo vero desiderio di bruciare Artemisia. Fu immediatamente trasferito in un’altra sala, di primitivi, le cui forme sono meno rotonde ed è più difficile che irritino (e alcuni sono palinschematici, ossia raccontano storie complete nella stessa superficie o spazio). Per il resto, mio padre si limitò a interessarsi ancora di più alla sua vita, a fargli coraggio davanti alla vecchiaia in agguato e a non perderlo d’occhio durante le feste che due volte l’anno, il giorno di chiusura, si organizzavano per il personale del museo, prevalentemente nella sala grande dei Velazquez. Tutti gli impiegati con le rispettive famiglie, dal direttore (che faceva atto di presenza solo un minuto e aveva una stretta di mano moscia) fino alle donne delle pulizie (che erano quelle che facevano più baccano a si divertivano di più perché tanto dovevano fermarsi a pulire quel disastro), si riunivano a bere e a mangiare e a conversare e a ballare (conversare si dice per dire) in una specie di sagra semestrale concepita da mio padre secondo il modello o ragionamento carnevalesco per far divertire i sorveglianti e permettere loro di sfogarsi e di perdere la compostezza proprio li dove gli altri giorni dovevano mantenerla. E lui controllava che il cibo e le bevande che venivano serviti fossero tali le cui macchie non potessero rovinare né danneggiare i dipinti, e in questo modo era permesso inciampare ed esagerare: io da bambino ho visto la gassosa su Las Meninas e le meringhe su La resa di Breda.”

(Javier Marìas, Un cuore così grande, Torino, Einaudi, 1999, pp. 114-127)

Il museo del Prado

Il museo del Prado

Even though it was Sunday and Phoebe wouldn’t be there with her class or anything, and even though it was so damp and lousy out, I walked all the way through the park over to the Museum of Natural History. I knew that was the museum the kid with the skate key meant. I knew that whole museum routine like a book. Phoebe went to the same school I went to when I was a kid, and we used to go there all the time. We had this teacher, Miss Aigletinger, that took us there damn near every Saturday. Sometimes we looked at the animals and sometimes we looked at the stuff the Indians had made in ancient times. Pottery and straw baskets and all stuff like that. I get very happy when I think about it. Even now. I remember after we looked at all the Indian stuff, usually we went to see some movie in this big auditorium. Columbus. They were always showing
Columbus discovering America, having one helluva time getting old Ferdinand and Isabella to lend him the dough to buy ships with, and then the sailors mutinying on him and all. Nobody gave too much of a damn about old Columbus, but you always had a lot of candy and gum and stuff with you, and the inside of that auditorium had such a nice smell. It always smelled like it was raining outside, even if it wasn’t, and you were in the only nice, dry, cosy place in the world. I loved that damn museum. I remember you had to go through the Indian Room to get to the auditorium. It was a long, long room, and you were only supposed to whisper. The teacher would go first, then the class. You’d be two rows of kids, and you’d have a partner. Most of the time my partner was this girl named Gertrude Levine. She always wanted to hold your hand, and her hand was always sticky or sweaty or something. The floor was all stone, and if you had some marbles in your hand and you dropped them, they bounced like madmen all over the floor and made a helluva racket, and the teacher would hold up the class and go back and see what the hell was going on. She never got sore, though, Miss Aigletinger. Then you’d pass by this long, long Indian war canoe, about as long as three goddam Cadillacs in a row, with about twenty Indians in it, some of them paddling, some of them just standing around looking tough, and they all had war paint all over their faces. There was one very spooky guy in the back of the canoe, with a mask on. He was the witch doctor. He gave me the creeps, but I liked him anyway. Another thing, if you touched one of the paddles or anything while you were passing, one of the guards would say to you, “Don’t touch anything, children,” but he always said it in a nice voice, not like a goddam cop or anything. Then you’d pass by this big glass case, with Indians inside it rubbing sticks together to make a fire, and a squaw weaving a blanket. The squaw that was weaving the blanket was sort of bending over, and you could see her bosom and all. We all used to sneak a good look at it, even the girls, because they were only little kids and they didn’t have any more bosom than we did. Then, just before you went inside the auditorium, right near the doors, you passed this Eskimo. He was sitting over a hole in this icy lake, and he was fishing through it. He had about two fish right next to the hole, that he’d already caught. Boy, that museum was full of glass cases. There were even more upstairs, with deer inside them drinking at water holes, and birds flying south for the winter. The birds nearest you were all stuffed and hung up on wires, and the ones in back were just painted on the wall, but they all looked like they were really flying south, and if you bent your head down and sort of looked at them upside down, they looked in an even bigger hurry to fly south. The best thing, though, in that museum was that everything always stayed right where it was. Nobody’d move. You could go there a hundred thousand times, and that Eskimo would still be just finished catching those two fish, the birds would still be on their way south, the deers would still be drinking out of that water hole, with their pretty antlers and their pretty, skinny legs, and that squaw with the naked bosom would still be weaving that same blanket. Nobody’d be different. The only thing that would be different would be you. Not that you’d be so much older or anything. It wouldn’t be that, exactly. You’d just be different, that’s all. You’d have an overcoat on this time. Or the kid that was your partner in line the last time had got scarlet fever and you’d have a new partner. Or you’d have a substitute taking the class, instead of Miss Aigletinger. Or you’d heard your mother and father having a terrific fight in the bathroom. Or you’d just passed by one of those puddles in the street with gasoline rainbows in them. I mean you’d be different in some way–I can’t explain what I mean. And even if I could, I’m not sure I’d feel like it.
I took my old hunting hat out of my pocket while I walked, and put it on. I knew I wouldn’t meet anybody that knew me, and it was pretty damp out. I kept walking and walking, and I kept thinking about old Phoebe going to that museum on Saturdays the way I used to. I thought how she’d see the same stuff I used to see, and how she’d be different every time she saw it. It didn’t exactly depress me to think about it, but it didn’t make me feel gay as hell, either. Certain things they should stay the way they are. You ought to be able to stick them in one of those big glass cases and just leave them alone. I know that’s impossible, but it’s too bad anyway. Anyway, I kept thinking about all that while I walked.
I passed by this playground and stopped and watched a couple of very tiny kids on a seesaw. One of them was sort of fat, and I put my hand on the skinny kid’s end, to sort of even up the weight, but you could tell they didn’t want me around, so I let them alone.
Then a funny thing happened. When I got to the museum, all of a sudden I wouldn’t have gone inside for a million bucks. It just didn’t appeal to me–and here I’d walked through the whole goddam park and looked forward to it and all. If Phoebe’d been there, I probably would have, but she wasn’t. So all I did, in front of the museum, was get a cab and go down to the Biltmore. I didn’t feel much like going. I’d made that damn date with Sally, though.

“Even though it was Sunday and Phoebe wouldn’t be there with her class or anything, and even though it was so damp and lousy out, I walked all the way through the park over to the Museum of Natural History. I knew that was the museum the kid with the skate key meant. I knew that whole museum routine like a book. Phoebe went to the same school I went to when I was a kid, and we used to go there all the time. We had this teacher, Miss Aigletinger, that took us there damn near every Saturday. Sometimes we looked at the animals and sometimes we looked at the stuff the Indians had made in ancient times. Pottery and straw baskets and all stuff like that. I get very happy when I think about it. Even now. I remember after we looked at all the Indian stuff, usually we went to see some movie in this big auditorium. Columbus. They were always showing

Columbus discovering America, having one helluva time getting old Ferdinand and Isabella to lend him the dough to buy ships with, and then the sailors mutinying on him and all. Nobody gave too much of a damn about old Columbus, but you always had a lot of candy and gum and stuff with you, and the inside of that auditorium had such a nice smell. It always smelled like it was raining outside, even if it wasn’t, and you were in the only nice, dry, cosy place in the world. I loved that damn museum. I remember you had to go through the Indian Room to get to the auditorium. It was a long, long room, and you were only supposed to whisper. The teacher would go first, then the class. You’d be two rows of kids, and you’d have a partner. Most of the time my partner was this girl named Gertrude Levine. She always wanted to hold your hand, and her hand was always sticky or sweaty or something. The floor was all stone, and if you had some marbles in your hand and you dropped them, they bounced like madmen all over the floor and made a helluva racket, and the teacher would hold up the class and go back and see what the hell was going on. She never got sore, though, Miss Aigletinger. Then you’d pass by this long, long Indian war canoe, about as long as three goddam Cadillacs in a row, with about twenty Indians in it, some of them paddling, some of them just standing around looking tough, and they all had war paint all over their faces. There was one very spooky guy in the back of the canoe, with a mask on. He was the witch doctor. He gave me the creeps, but I liked him anyway. Another thing, if you touched one of the paddles or anything while you were passing, one of the guards would say to you, “Don’t touch anything, children,” but he always said it in a nice voice, not like a goddam cop or anything. Then you’d pass by this big glass case, with Indians inside it rubbing sticks together to make a fire, and a squaw weaving a blanket. The squaw that was weaving the blanket was sort of bending over, and you could see her bosom and all. We all used to sneak a good look at it, even the girls, because they were only little kids and they didn’t have any more bosom than we did. Then, just before you went inside the auditorium, right near the doors, you passed this Eskimo. He was sitting over a hole in this icy lake, and he was fishing through it. He had about two fish right next to the hole, that he’d already caught. Boy, that museum was full of glass cases. There were even more upstairs, with deer inside them drinking at water holes, and birds flying south for the winter. The birds nearest you were all stuffed and hung up on wires, and the ones in back were just painted on the wall, but they all looked like they were really flying south, and if you bent your head down and sort of looked at them upside down, they looked in an even bigger hurry to fly south. The best thing, though, in that museum was that everything always stayed right where it was. Nobody’d move. You could go there a hundred thousand times, and that Eskimo would still be just finished catching those two fish, the birds would still be on their way south, the deers would still be drinking out of that water hole, with their pretty antlers and their pretty, skinny legs, and that squaw with the naked bosom would still be weaving that same blanket. Nobody’d be different. The only thing that would be different would be you. Not that you’d be so much older or anything. It wouldn’t be that, exactly. You’d just be different, that’s all. You’d have an overcoat on this time. Or the kid that was your partner in line the last time had got scarlet fever and you’d have a new partner. Or you’d have a substitute taking the class, instead of Miss Aigletinger. Or you’d heard your mother and father having a terrific fight in the bathroom. Or you’d just passed by one of those puddles in the street with gasoline rainbows in them. I mean you’d be different in some way–I can’t explain what I mean. And even if I could, I’m not sure I’d feel like it.

I took my old hunting hat out of my pocket while I walked, and put it on. I knew I wouldn’t meet anybody that knew me, and it was pretty damp out. I kept walking and walking, and I kept thinking about old Phoebe going to that museum on Saturdays the way I used to. I thought how she’d see the same stuff I used to see, and how she’d be different every time she saw it. It didn’t exactly depress me to think about it, but it didn’t make me feel gay as hell, either. Certain things they should stay the way they are. You ought to be able to stick them in one of those big glass cases and just leave them alone. I know that’s impossible, but it’s too bad anyway. Anyway, I kept thinking about all that while I walked.

I passed by this playground and stopped and watched a couple of very tiny kids on a seesaw. One of them was sort of fat, and I put my hand on the skinny kid’s end, to sort of even up the weight, but you could tell they didn’t want me around, so I let them alone.

Then a funny thing happened. When I got to the museum, all of a sudden I wouldn’t have gone inside for a million bucks. It just didn’t appeal to me–and here I’d walked through the whole goddam park and looked forward to it and all. If Phoebe’d been there, I probably would have, but she wasn’t. So all I did, in front of the museum, was get a cab and go down to the Biltmore. I didn’t feel much like going. I’d made that damn date with Sally, though.”

( J.D. Salinger, THE CATCHER IN THE RYE)

Ringrazio Dot per avermi inviato la versione originale.

Per i pigri lascio la traduzione di Einaudi:

“Con tutto che era domenica e Phoebe non poteva essere là con la sua classe e via discorrendo, e che il tempo era così brutto e umido, mi feci tutto il parco a piedi fino al Museo di Storia Naturale. Sapevo che era quello il museo di cui aveva parlato la ragazzina con la chiave dei pattini. La conoscevo a memoria, quella lagna del museo. La scuola di Phoebe era la stessa dove andavo io da bambino, e non facevano che portarci al museo. Avevamo quella maestra, la signorina Aigletinger, che ci portava là tutti i maledetti sabati o quasi. Certe volte ci portava a vedere gli animali, certe volte gli oggetti che gli indiani avevano fatto secoli prima. Stoviglie, cestini di paglia e tutta roba così. Mi sento molto felice quando ci ripenso. Ancora adesso. Mi ricordo che dopo aver guardato tutti quegli oggetti indiani, di solito andavamo a vedere un film in quel grande auditorium. Colombo. Ci facevano vedere sempre Colombo che scopriva l’America, che sudava sette camicie per convincere Ferdinando e Isabella a dargli i soldi per comprare le caravelle e poi i marinai che si ammutinavano e via dicendo. A noi non ce ne importava un accidente del vecchio Colombo, ma eravamo sempre stracarichi di caramelle e di gomma eccetera eccetera, e nell’auditorium c’era un odore così buono. Un odore come se fuori piovesse anche quando non pioveva, e voi eravate nell’unico posto piacevole, asciutto e caldo del mondo. Mi piaceva, quel maledetto museo. Mi ricordo che per andare all’auditorium bisognava passare per la Sala degli indiani. Era una sala lunga lunga, e bisognava parlare bisbigliando. Prima entrava la maestra e poi tutta la classe. Si andava in fila per due, così ognuno aveva un compagno. Il più delle volte io stavo vicino a quella ragazzina che si chiamava Gertrude Levine. Voleva sempre tenerti per mano, e aveva sempre la mano appiccicosa o sudaticcia o che so io. Il pavimento era tutto di pietra, e se tenevi in mano le palline e te le lasciavi scappare, rimbalzavano come matti per tutta la sala e facevano un rumore d’inferno, allora la maestra faceva fermare tutti e tornava indietro a vedere che diavolo succedeva. Però non si arrabbiava mai, la signorina Aigletinger. Poi si passava vicino a quella lunghissima canoa da guerra, era lunga suppergiù quanto tre dannate Cadillac messe in fila, con una ventina di indiani dentro, certi che remavano, certi che invece stavano là con la grinta feroce senza far niente, e tutti quanti avevano la faccia dipinta coi colori di guerra. In fondo alla canoa c’era un tipo spaventoso con una maschera sul viso. Era lo stregone. Mi faceva venire la pelle d’oca ma mi piaceva lo stesso. E un’altra cosa, se nel passare toccavate una delle pagaie o quello che era, uno dei guardiani ti diceva: « Non toccate niente, bambini », ma lo diceva sempre con la voce gentile, non come un maledetto sbirro o che so io. Poi si passava vicino a quella enorme bacheca di vetro, con dentro degli indiani che strofinavano pezzetti di legno per accendere il fuoco, e una squaw che tesseva una coperta. La squaw che tesseva la coperta era un po’ chinata in avanti e le si vedeva il petto e tutto quanto. Noi allungavamo il collo, anche le femmine, perché erano bambine e di petto non ne avevano più di noi. Poi, prima di entrare nell’auditorium, proprio vicino alle porte, si passava davanti a quell’esquimese. Stava seduto davanti a un buco in quel lago tutto gelato e ci pescava dentro. Proprio vicino al buco c’erano un paio di pesci che aveva già presi. Ragazzi, quel museo era pieno di bacheche. Ce n’erano ancora di più al piano di sopra, con dentro dei cervi che si abbeveravano alle fonti, e uccelli che migravano verso il sud per l’inverno. Gli uccelli più vicini erano impagliati e sospesi a fili di ferro, quelli in fondo invece erano solo dipinti sul muro, ma tutti quanti pareva proprio che stessero volando verso il sud, e se piegavate la testa e li guardavate un po’ dal sotto in su pareva che avessero ancora più fretta di volare al sud. La cosa migliore di quel museo era però che tutto stava sempre allo stesso posto. Nessuno si muoveva. Potevi andarci centomila volte, e quell’esquimese aveva sempre appena finito di prendere quei due pesci, gli uccelli stavano ancora andando verso il sud, i cervi stavano ancora abbeverandosi a quella fonte, con le loro belle corna e le belle, esili zampe, e quella squaw col petto nudo stava ancora tessendo la stessa coperta. Nessuno era mai diverso. L’unico a essere diverso eri tu. Non è che fossi molto più grande né niente di simile. Non era proprio questo. Era solo che eri diverso, ecco tutto. Stavolta avevi addosso il soprabito, magari. Oppure il bambino che era stato vicino a te l’ultima volta si era preso la scarlattina e ora avevi un altro compagno. Oppure non era la signorina Aigletinger ad accompagnare la scolaresca ma una supplente. Oppure avevi sentito papà e mamma che litigavano come due forsennati nella stanza da bagno. O per la strada eri appena passato vicino a una di quelle pozzanghere dove la benzina fa l’arcobaleno. Voglio dire, eri diversi per una ragione o per l’altra — non so spiegare quello che h in mente. E anche se sapessi farlo, non sono sicuro che ne avrei voglia.

Strada facendo tirai fuori di tasca il mio vecchio berretto da cacciatore e me lo misi. Sapevo di non incontrare nessun che mi conoscesse e c’era un’umidità terribile. Andavo avanti un passo dietro l’altro, e continuavo a pensare alla vecchi Phoebe che il sabato andava a quel museo proprio come avev fatto io. Pensavo che vedeva le stesse cose che avevo visto io, e che anche lei era diversa ogni volta che le vedeva. Non proprio che pensare a questo mi deprimesse, ma non mi rendeva nemmeno felice come una pasqua. Certe cose dovrebber restare come sono. Dovreste poterle mettere in una di quelle grandi bacheche di vetro e lasciarcele. So che è impossibile m è un gran peccato lo stesso. Ad ogni modo, strada facendo continuai a pensare a tutte queste cose.

Passai davanti a quel campo sportivo e mi fermai a guai dare due ragazzini piccolissimi che facevano su e giù su un’alta lena. Uno era un po’ grassoccio, e io appoggiai la mano su: l’estremità dell’asse dove c’era quello magrolino, tanto per equilibrare un po’ il peso, ma era chiaro che non mi volevano tra i piedi, sicché li lasciai in pace.

Poi successe una cosa buffa. Quando arrivai al museo, ecce che tutt’a un tratto non ci sarei entrato nemmeno per un milione. Non mi attirava, ecco tutto — e dire che mi ero fatto piedi tutto quel maledettissimo parco e avevo una gran voglia di andarci e via discorrendo. Se ci fosse stata Phoebe probabilmente sarei entrato, ma lei non c’era. Così andò a finire che proprio davanti al museo, presi un tassi e mi feci portare a Biltmore. Non avevo tanta voglia di andarci. Però avevo presi quel maledetto appuntamento con Sally.”

(J.D. Salinger, Il giovane Holden, Torino, Einaudi, 1961, pp. 144-147)


Qualcosa intorno a…:

Catching Salinger – Natural History Museum

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