
Visitors of the AR exhibition at MoMA
Nell’ottobre 2010, due artisti che lavorano con i nuovi media, hanno realizzato una mostra al Museum of Modern Art di New York. In pratica hanno inserito numerose opere d’arte in diverse gallerie e addirittura hanno aggiunto un nuovo piano (il settimo) all’edificio del MoMA. Tutto questo senza l’autorizzazione dell’Istituzione e senza che la direzione e il personale ne fossero a conoscenza (almeno all’inizio).
No, non sono impazzito. Come avrete già indovinato, questa cosa apparentemente impossibile è stata realizzata utilizzando la realtà aumentata (AR), sovrapponendo cioè elementi digitali su una visione dal vivo di uno spazio reale visto attraverso uno smartphone o un dispositivo simile.
I due artisti sono Sander Veenhof e Mark Skwarek e la mostra si chiamava Augmented reality art invasion ed è stata concepita come parte del più ampio Conflux festival (dedicato alla psicogeografia) che si stava svolgendo a New York al momento.
Utilizzando uno specifica applicazione per smartphone chiamata Layar augmented reality browser, disponibile gratuitamente per smartphone (iphone o android), i visitatori guardando le gallerie del museo attraverso il loro telefono cellulare visualizzavano, grazie al sistema di localizzazione GPS e alla connessione ad Internet, le opere d’arte virtuale collocate nelle diverse gallerie del MoMA.
I due artisti avevano invitato gli artisti di tutto il mondo ad esporre le loro opere in questo contesto.
Ecco un video che ci mostra quello che ho provato a raccontare:
]
In questo caso si tratta di un intervento artistico ”imposto” al MoMA.
Ma la Realtà Aumentata è qualcosa che i musei e le gallerie stanno iniziando a sperimentare al proprio interno. La mostra curata da Veenhof e Skwarek offre qualche idea di come una galleria potrebbe utilizzare la AR al fine di dare ai visitatori ulteriori contenuti interpretativi.
Le guide AR portano una nuova dimensione rispetto alle tradizionali guide audio anche se conservano uno dei grossi limiti di queste e cioè che ogni visitatore è solo con il proprio device.
Un esempio di utilizzo potrebbe essere quello di visualizzare l’artista che spiega la propria mostra muovendosi davanti alle proprie opere: Piero della Francesca che ci accompagna al museo civico di Sansepolcro ci parla delle proprie opere sarebbe una bella esperienza.
Ma la domanda che dobbiamo porci quando ci entusiasmiamo per le possibilità offerte dalle nuove tecnologie è se veramente queste aggiungono qualcosa alla nostra esperienza museale, se la arricchiscono oppure sono solo un qualcosa che si frappone fra noi e l’esperienza che stiamo vivendo, rendendola mediata e innaturale, privandoci così di un aspetto fondamentale della visita che è quello del coinvolgimento emotivo? Cosa ci guadagniamo a guardare la realtà attraverso lo schermo di un dispositivo digitale? e cosa ci perdiamo?
La AR può ad esempio ricontestualizzare oggetti che, nel migliore dei casi, sono collocati in spazi neutri ridando vita e senso a manufatti, reperti ma anche a opere d’arte nate per contesti diversi e collocate all’interno delle sale di un museo.
Come sempre credo che la risposta non stia nello strumento in se ma nell’uso che se ne fa.

